Il blog di Maria Teresa Vicaretti MariaTeresaVicaretti | Maria Teresa Vicaretti | Il Cannocchiale blog
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MariaTeresaVicaretti
Berlino perchè, Berlino cos'è. Ma anche molto altro che da Berlino è venuto giù.

5 novembre 2009
Limpida voce e dolce coraggio
Leggo distrattamente le parole di Silvia.
“Hai saputo di Alda Merini?”
Cos’altro può esserle successo? Mi dico che non è difficile intuirlo.
Poi la prima pagina del corriere me ne dà la certezza.
Che strana sensazione.
Penso subito all’ultimo istante, a cosa deve aver pensato, a cosa deve aver visto coi suoi mille occhi.
Mi auguro che non fosse sola, che avesse le sue figlie accanto a tenerle la mano.
78 anni non sono pochi, ma penso alle sue sventure e un senso di ingiustizia senza fine mi assale.
Vorrei poterle restituire un pezzetto di quello che le è stato tolto, di quello che non ha mai avuto e che desiderava così profondamente.
Forse la gioia pura, limpida, padrona innocente di alcune giornate non l’ha mai conosciuta davvero.
Leggo tutte le parole degne o meno che vengono pronunciate in suo onore, il ricordo di tanti suoi amici e penso al suo volto, a certe sue frasi taglienti e assolute, alla sua ironia.
Le parole di Silvia hanno un senso profondo, “sono certa che non abbia avuto rimpianti”.
Ma certo, come ho potuto avere la presunzione di pensare la sua vita solo come un ingiusto groviglio di dolori? Stavo quasi per dimenticare.
Era bizzarra secondo i parametri imperanti, lo smalto rosso messo goffamente con altri dettagli stravaganti catturavano l’attenzione.
Poi le sue parole, lucide, esatte, veloci come frecce a materializzare una semplice realtà: era un genio, usava le parole con sapienza, sapeva comporle nel modo più giusto e immergerle nella bellezza, ma il suo genio era al servizio dei suoi occhi, delle sue profondità che ogni volta, viste da vicino, così serenamente dischiuse, davano un sussulto ai nostri poveri cuori così scarsamente affetti dalla verità.
La verità e la sua bellezza.
Impieghiamo intere vite, che forse non bastano, per pacificarci con alcune verità.
Lei l’ha affrontata la verità, l’ha combattuta guardandola dritta negli occhi, se ne è lasciata dilaniare per poi accettarla con grazia.
Quello che resta del suo esempio è proprio questo: guardarsi dentro fino a raggiungere il proprio, più nero, abisso non è mai piacevole, non dà frutti succosi, ma è necessario per vivere degnamente una vita.
Ha accettato la sua sete d’amore, di quell’amore puro, magnifico, essenziale, che certamente non esiste per ciascuno di noi, ha accettato le sue fragilità senza sentirsi addosso la vergogna del bisogno, senza nasconderlo e senza la pretesa di essere o sembrare altro da sé.
Ha celebrato la libertà di amarsi o di non amarsi per quello che si è, coscienza che annienta la schiavitù dei gesti e dei desideri da qualunque schema imposto. Talvolta può essere sconveniente ammettere che non si può mai bastare a se stessi, che si dipende da altro, che si è soli se si tralascia di leggere le proprie cavità nascoste. Accogliendo la solitudine come una compagna non colpevole ha compreso che lo scopo non è riuscire ma tentare, agognare di essere amati senza riserve, accettare il bisogno e mondarlo dalle paure e dalle frustrazioni.
Con semplicità ha cercato di sottrarre i "vinti" alla smorfia di chi li giudica, di chi giudica il dolore come debolezza solo perché non ha strumenti per capirlo, di chi guarda alla sfortuna e ne vede solo lo squilibrio estetico.
“Anche la malattia ha un senso, una dismisura, un passo, anche la malattia è matrice di vita.”

L’avrei toccata come tocco le persone a cui voglio bene, senza chiederlo, senza preavviso, spostandole i capelli per vedere il suo sguardo vispo quanto arreso alla vita, accarezzandole le guance di pelle bianca, morbida tra i suoi foulard improbabili.
La sentivo come una amica cara, una con cui si parla per ore sulla panchina di una piazza, una compagna di sventure, io che non conosco le brutture della vita.
Mi aveva condotto dentro il suo dolore, ne ero partecipe, complice di quell’angoscia che era il prezzo delle sue parole, parole che ritrovo tra le mie, che uso indegnamente.
Era il prezzo del suo messaggio caldo, liberatorio, da custodire fedelmente…lo pagherei per una vita intera perché il suo disordine può guarire quello altrui.
Con lei ho perso sonno, studio, riempito momenti di vuoto per leggere le sue parole e poi chiudere gli occhi, buttare indietro la testa sulla sedia come per fermare l’attimo, godere dell’estasi, trattenere il sapore di quella poesia e di quella verità.
Con lei ho amato la poesia di un amore ancora più alto e vivo, le sue erano parole crude, fatte di materia e mi hanno attraversato avvicinando il corpo alla mente, avvicinando ai miei gesti i miei desideri, hanno reso più arduo il lavoro di incattivirmi e più lieve l’arrendermi alla mia benevolenza.
Se ho ritrovato la passione per le parole lo devo anche a lei, che era fatta di passione, era animata da un palpitante soffio vitale, era coscienza in movimento e pensiero mai stanco.
Era il contrario della morte ed è forse questo l’unico pensiero di tristezza.
E’ difficile immaginarla immobile, gli occhi chiusi, arreso il sangue che era caldo come il fuoco e la carne “vogliosa di amore” spenta per sempre.
Nessun rimpianto, no, per una vita densa, utile, preziosa, per una vita di coraggio delle proprie nudità e libera da qualunque catena.
Chi può dire di aver vissuto quanto ha vissuto lei?

“Io non ho bisogno di denaro. Ho bisogno di sentimenti, di parole scelte sapientemente, di fiori detti pensieri, di rose dette presenze, di sogni che abitino gli alberi, di canzoni che facciano danzare le statue, di stelle che mormorino all'orecchio degli amanti. Ho bisogno di poesia, questa magia che brucia la pesantezza delle parole, che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.”





Attitudini



Nei momenti meno luminosi delle mie giornate penso spesso alle parole.
Alle parole, al loro senso, al loro peso, alla loro bellezza.
Ce ne sono alcune che tolgono il fiato.
Ben più delle immagini le parole mi hanno sempre colpito, a volte folgorato, commosso, emozionato, reso felice...ma spesso mi hanno anche annoiato, deluso, ferito.
Sono tornata sempre da loro, dalle parole, non ci ho mai rinunciato davvero, non posso vivere senza, sono la linfa delle mie giornate.
Quelle scritte in prosa, in poesia, in lettere, quelle dette da altri a lasciare un segno, quelle pronunciate da me.
Non ho mai capito quelli che non usano le parole, che non ci giocano, che non le compongono con fantasia, che non le amano, che non danno loro peso, che non ne capiscono il potenziale o non ne apprezzano la bellezza.
Soprattutto non capisco quelli che non se ne servono a sufficienza.
Più ancora di chi le usa per l'inganno, con l'inganno, più ancora di chi sfacciatamente insulta la verità e la sua bellezza, non comprendo chi ne ha paura, chi non si lascia attraversare dalle parole, chi risparmia sulle parole, chi ci rinuncia una volta e una volta ancora.
Possono riempire un vuoto, dare un senso che non c'è oppure dischiuderne uno talmente vero che è fatto di materia, possono incantare, riempire una vita.
Se io non scrivessi sarei povera, sola e fredda.
Non potrei mai tradire le parole, il suono che riescono ad avere anche quando restano sulla carta, le immagini che possono creare, gli universi che possono spalancare.
Sono il mio porto sicuro oppure -talvolta- la rete di ferro su cui cado violentemente.
E poi sono la cura, la speranza, l'alba vicina o lontana ma visibile, mi danno la percezione di un volo lungo e felice sopra le miserie umane, mi avvicinano alla luce della gioia.
Come potrei tradirle?
Non ne dirò mai abbastanza.
Le amo e amo le cose attraverso di esse, amo, per esse, le persone.
E' un fuoco che non spegnerò, un sogno che non rimpiangerò di aver messo da parte, un impegno che non mancherò, una responsabilità che accetterò con forza neccessaria e fatica.
In tutto questo sta, ora, la mia viva, densa, unica vocazione.


"Io non ho bisogno di denaro. Ho bisogno di sentimenti, di parole scelte sapientemente, di fiori detti pensieri, di rose dette presenze, di sogni che abitino gli alberi, di canzoni che facciano danzare le statue, di stelle che mormorino all'orecchio degli amanti. Ho bisogno di poesia, questa magia che brucia la pesantezza delle parole, che risveglia le emozioni e dà colori nuovi."

A. Merini



La poesia e quel che ne consegue


Non sono Gilgamesh e nemmeno Ulisse,
non dall'Oriente dove il tempo è una miniera di polvere
nè dall'Occidente dove il tempo è ferro arrugginito.
Ma dove vado e cosa farò se dicessi:
"la Poesia è il mio paese e l'amore è il mio cammino".
così risiedo viaggiando, scolpendo la mia geografia con lo scalpello dello smarrimento
ed ecco la luce:
non corre più nei passi dei bambini, allora perché il Sole ripete il suo volto.
Non scenderai tu Pioggia per lavare questa volta l'utero della Terra?
La notte, i lampi, i tessuti del tempo bruciano, la verità si vela, la Terra.
Sognami e dì:
"Ovunque io vada vedrò una Poesia abbracciarmi".
Sognami, veramente, e dì allora:
"In ogni Poesia vedrò una dimora per me".


Sull'autobus che da Stoccolma ci porta all'aeroporto ascolto una canzone dei Radiodervish e l'ascolto in continuazione finchè il mio lettore non si spegne.
Dormono tutti, italiani e giapponesi, dopo tre giorni molto densi per vedere il più possibile questa città elegantissima.
Guardo fuori dal finestrino dei paesaggi bellissimi, ampi spazi verdi e vuoti, al sole.
Nel mezzo della canzone qualcuno con una voce calda recita questa poesia, deve essere una poesia araba dato che in sottofondo viene recitata anche in arabo.
Non ricordo di avere questa versione della canzone che non è quella originale.
Mi ritrovo commossa ad ascoltare versi densi di significato in una forma che fa capire subito che si tratta di una traduzione da un'altra lingua.
Penso a quanto sia bello ritrovare nelle parole di qualcun altro quello che sento a volte pulsarmi dentro, e che non saprei dire così bene.
D'altronde sono sempre stata una che l'arte la ama ma non la sa fare.
Penso a quanto negli ultimi mesi mi sia sentita cittadina del mondo, vivendo in un altro paese, in un quartiere ricco di gente differente, emigranti da ogni dove.
"La poesia è il mio paese, l'amore il mio cammino".
Che meraviglia.
In poche parole puoi trovare il senso che si può voler dare a una vita, un'attitudine profonda.
Penso che voglio viaggiare, non sentire i legami come un peso, liberarmi da ogni cosa, vivere sola alla ricerca del nuovo, di altro, di quello che non mi basta mai.
Quante volte ho pensato al mio paese sentendolo lontano, un senso di estraneità che ho percepito sempre più forte.
Poi quei versi a compiere un presagio.
"Ed ecco la luce: non corre più nei passi dei bambini, allora perchè il sole ripete il suo volto?"
Dopo poche ore penso alla mia gente, colpita, ferita, sanguinante.
Il senso della tragedia è forte, stavolta mi sento vicina.
Penso al dolore, al lutto, alla disperazione, alle madri, ai padri, ai figli, ai fratelli.
Penso alla mia casa, la mia luminosa prigione che mi porto dietro anche quando sono lontana.
Sento il legame con la terra, con la mia terra e con la mia gente forte e gentile, che io vedo ancora nella mia immaginazione così come Silone l'ha descritta, umile e inerme.
Il richiamo del sangue, i sassi di Fontamara, le radici della mia famiglia.
Sento un peso enorme sulle spalle che però non fa male.
Lo accetto con predilezione.
La vita è complessa, mi ha detto qualcuno.





permalink | inviato da MariaTeresaVicaretti il 5/11/2009 alle 15:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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