Leggo distrattamente le parole di Silvia.
“Hai saputo di Alda Merini?”
Cos’altro può esserle successo? Mi dico che non è difficile intuirlo.
Poi la prima pagina del corriere me ne dà la certezza.
Che strana sensazione.
Penso subito all’ultimo istante, a cosa deve aver pensato, a cosa deve aver visto coi suoi mille occhi.
Mi auguro che non fosse sola, che avesse le sue figlie accanto a tenerle la mano.
78 anni non sono pochi, ma penso alle sue sventure e un senso di ingiustizia senza fine mi assale.
Vorrei poterle restituire un pezzetto di quello che le è stato tolto,
di quello che non ha mai avuto e che desiderava così profondamente.
Forse la gioia pura, limpida, padrona innocente di alcune giornate non l’ha mai conosciuta davvero.
Leggo tutte le parole degne o meno che vengono pronunciate in suo
onore, il ricordo di tanti suoi amici e penso al suo volto, a certe sue
frasi taglienti e assolute, alla sua ironia.
Le parole di Silvia hanno un senso profondo, “sono certa che non abbia avuto rimpianti”.
Ma certo, come ho potuto avere la presunzione di pensare la sua vita
solo come un ingiusto groviglio di dolori? Stavo quasi per dimenticare.
Era bizzarra secondo i parametri imperanti, lo smalto rosso messo
goffamente con altri dettagli stravaganti catturavano l’attenzione.
Poi le sue parole, lucide, esatte, veloci come frecce a materializzare
una semplice realtà: era un genio, usava le parole con sapienza, sapeva
comporle nel modo più giusto e immergerle nella bellezza, ma il suo
genio era al servizio dei suoi occhi, delle sue profondità che ogni
volta, viste da vicino, così serenamente dischiuse, davano un sussulto
ai nostri poveri cuori così scarsamente affetti dalla verità.
La verità e la sua bellezza.
Impieghiamo intere vite, che forse non bastano, per pacificarci con alcune verità.
Lei l’ha affrontata la verità, l’ha combattuta guardandola dritta negli
occhi, se ne è lasciata dilaniare per poi accettarla con grazia.
Quello che resta del suo esempio è proprio questo: guardarsi dentro
fino a raggiungere il proprio, più nero, abisso non è mai piacevole,
non dà frutti succosi, ma è necessario per vivere degnamente una vita.
Ha accettato la sua sete d’amore, di quell’amore puro, magnifico,
essenziale, che certamente non esiste per ciascuno di noi, ha accettato
le sue fragilità senza sentirsi addosso la vergogna del bisogno, senza
nasconderlo e senza la pretesa di essere o sembrare altro da sé.
Ha celebrato la libertà di amarsi o di non amarsi per quello che si è,
coscienza che annienta la schiavitù dei gesti e dei desideri da
qualunque schema imposto. Talvolta può essere sconveniente ammettere
che non si può mai bastare a se stessi, che si dipende da altro, che si
è soli se si tralascia di leggere le proprie cavità nascoste.
Accogliendo la solitudine come una compagna non colpevole ha compreso
che lo scopo non è riuscire ma tentare, agognare di essere amati senza
riserve, accettare il bisogno e mondarlo dalle paure e dalle
frustrazioni.
Con semplicità ha cercato di sottrarre i "vinti" alla smorfia di chi li
giudica, di chi giudica il dolore come debolezza solo perché non ha
strumenti per capirlo, di chi guarda alla sfortuna e ne vede solo lo
squilibrio estetico.
“Anche la malattia ha un senso, una dismisura, un passo, anche la malattia è matrice di vita.”
L’avrei toccata come tocco le persone a cui voglio bene, senza
chiederlo, senza preavviso, spostandole i capelli per vedere il suo
sguardo vispo quanto arreso alla vita, accarezzandole le guance di
pelle bianca, morbida tra i suoi foulard improbabili.
La sentivo come una amica cara, una con cui si parla per ore sulla
panchina di una piazza, una compagna di sventure, io che non conosco le
brutture della vita.
Mi aveva condotto dentro il suo dolore, ne ero partecipe, complice di
quell’angoscia che era il prezzo delle sue parole, parole che ritrovo
tra le mie, che uso indegnamente.
Era il prezzo del suo messaggio caldo, liberatorio, da custodire
fedelmente…lo pagherei per una vita intera perché il suo disordine può
guarire quello altrui.
Con lei ho perso sonno, studio, riempito momenti di vuoto per leggere
le sue parole e poi chiudere gli occhi, buttare indietro la testa sulla
sedia come per fermare l’attimo, godere dell’estasi, trattenere il
sapore di quella poesia e di quella verità.
Con lei ho amato la poesia di un amore ancora più alto e vivo, le sue
erano parole crude, fatte di materia e mi hanno attraversato
avvicinando il corpo alla mente, avvicinando ai miei gesti i miei
desideri, hanno reso più arduo il lavoro di incattivirmi e più lieve
l’arrendermi alla mia benevolenza.
Se ho ritrovato la passione per le parole lo devo anche a lei, che era
fatta di passione, era animata da un palpitante soffio vitale, era
coscienza in movimento e pensiero mai stanco.
Era il contrario della morte ed è forse questo l’unico pensiero di tristezza.
E’ difficile immaginarla immobile, gli occhi chiusi, arreso il sangue
che era caldo come il fuoco e la carne “vogliosa di amore” spenta per
sempre.
Nessun rimpianto, no, per una vita densa, utile, preziosa, per una vita
di coraggio delle proprie nudità e libera da qualunque catena.
Chi può dire di aver vissuto quanto ha vissuto lei?
“Io non ho bisogno di denaro. Ho bisogno di sentimenti, di parole
scelte sapientemente, di fiori detti pensieri, di rose dette presenze,
di sogni che abitino gli alberi, di canzoni che facciano danzare le
statue, di stelle che mormorino all'orecchio degli amanti. Ho bisogno
di poesia, questa magia che brucia la pesantezza delle parole, che
risveglia le emozioni e dà colori nuovi.”
AttitudiniNei momenti meno luminosi delle mie giornate penso spesso alle parole.
Alle parole, al loro senso, al loro peso, alla loro bellezza.
Ce ne sono alcune che tolgono il fiato.
Ben
più delle immagini le parole mi hanno sempre colpito, a volte
folgorato, commosso, emozionato, reso felice...ma spesso mi hanno anche
annoiato, deluso, ferito.
Sono tornata sempre da loro, dalle parole,
non ci ho mai rinunciato davvero, non posso vivere senza, sono la linfa
delle mie giornate.
Quelle scritte in prosa, in poesia, in lettere, quelle dette da altri a lasciare un segno, quelle pronunciate da me.
Non
ho mai capito quelli che non usano le parole, che non ci giocano, che
non le compongono con fantasia, che non le amano, che non danno loro
peso, che non ne capiscono il potenziale o non ne apprezzano la
bellezza.
Soprattutto non capisco quelli che non se ne servono a sufficienza.
Più
ancora di chi le usa per l'inganno, con l'inganno, più ancora di chi
sfacciatamente insulta la verità e la sua bellezza, non comprendo chi
ne ha paura, chi non si lascia attraversare dalle parole, chi risparmia
sulle parole, chi ci rinuncia una volta e una volta ancora.
Possono
riempire un vuoto, dare un senso che non c'è oppure dischiuderne uno
talmente vero che è fatto di materia, possono incantare, riempire una
vita.
Se io non scrivessi sarei povera, sola e fredda.
Non potrei
mai tradire le parole, il suono che riescono ad avere anche quando
restano sulla carta, le immagini che possono creare, gli universi che
possono spalancare.
Sono il mio porto sicuro oppure -talvolta- la rete di ferro su cui cado violentemente.
E
poi sono la cura, la speranza, l'alba vicina o lontana ma visibile, mi
danno la percezione di un volo lungo e felice sopra le miserie umane,
mi avvicinano alla luce della gioia.
Come potrei tradirle?
Non ne dirò mai abbastanza.
Le amo e amo le cose attraverso di esse, amo, per esse, le persone.
E'
un fuoco che non spegnerò, un sogno che non rimpiangerò di aver messo
da parte, un impegno che non mancherò, una responsabilità che accetterò
con forza neccessaria e fatica.
In tutto questo sta, ora, la mia viva, densa, unica vocazione.
"Io non ho bisogno di denaro. Ho bisogno di sentimenti, di parole scelte
sapientemente, di fiori detti pensieri, di rose dette presenze, di
sogni che abitino gli alberi, di canzoni che facciano danzare le
statue, di stelle che mormorino all'orecchio degli amanti. Ho bisogno
di poesia, questa magia che brucia la pesantezza delle parole, che
risveglia le emozioni e dà colori nuovi."
A. Merini
La poesia e quel che ne consegue
Non sono Gilgamesh e nemmeno Ulisse,
non dall'Oriente dove il tempo è una miniera di polvere
nè dall'Occidente dove il tempo è ferro arrugginito.
Ma dove vado e cosa farò se dicessi:
"la Poesia è il mio paese e l'amore è il mio cammino".
così risiedo viaggiando, scolpendo la mia geografia con lo scalpello dello smarrimento
ed ecco la luce:
non corre più nei passi dei bambini, allora perché il Sole ripete il suo volto.
Non scenderai tu Pioggia per lavare questa volta l'utero della Terra?
La notte, i lampi, i tessuti del tempo bruciano, la verità si vela, la Terra.
Sognami e dì:
"Ovunque io vada vedrò una Poesia abbracciarmi".
Sognami, veramente, e dì allora:
"In ogni Poesia vedrò una dimora per me".
Sull'autobus
che da Stoccolma ci porta all'aeroporto ascolto una canzone dei
Radiodervish e l'ascolto in continuazione finchè il mio lettore non si
spegne.
Dormono tutti, italiani e giapponesi, dopo tre giorni molto densi per vedere il più possibile questa città elegantissima.
Guardo fuori dal finestrino dei paesaggi bellissimi, ampi spazi verdi e vuoti, al sole.
Nel
mezzo della canzone qualcuno con una voce calda recita questa poesia,
deve essere una poesia araba dato che in sottofondo viene
recitata anche in arabo.
Non ricordo di avere questa versione della canzone che non è quella originale.
Mi
ritrovo commossa ad ascoltare versi densi di significato in una forma
che fa capire subito che si tratta di una traduzione da un'altra lingua.
Penso
a quanto sia bello ritrovare nelle parole di qualcun altro quello che
sento a volte pulsarmi dentro, e che non saprei dire così bene.
D'altronde sono sempre stata una che l'arte la ama ma non la sa fare.
Penso
a quanto negli ultimi mesi mi sia sentita cittadina del mondo, vivendo
in un altro paese, in un quartiere ricco di gente differente, emigranti
da ogni dove.
"La poesia è il mio paese, l'amore il mio cammino".
Che meraviglia.
In poche parole puoi trovare il senso che si può voler dare a una vita, un'attitudine profonda.
Penso
che voglio viaggiare, non sentire i legami come un peso, liberarmi da
ogni cosa, vivere sola alla ricerca del nuovo, di altro, di quello che
non mi basta mai.
Quante volte ho pensato al mio paese sentendolo lontano, un senso di estraneità che ho percepito sempre più forte.
Poi quei versi a compiere un presagio.
"Ed ecco la luce: non corre più nei passi dei bambini, allora perchè il sole ripete il suo volto?"
Dopo poche ore penso alla mia gente, colpita, ferita, sanguinante.
Il senso della tragedia è forte, stavolta mi sento vicina.
Penso al dolore, al lutto, alla disperazione, alle madri, ai padri, ai figli, ai fratelli.
Penso alla mia casa, la mia luminosa prigione che mi porto dietro anche quando sono lontana.
Sento il legame con la terra, con la mia terra e con la mia gente forte
e gentile, che io vedo ancora nella mia immaginazione così come Silone
l'ha descritta, umile e inerme.
Il richiamo del sangue, i sassi di Fontamara, le radici della mia famiglia.
Sento un peso enorme sulle spalle che però non fa male.
Lo accetto con predilezione.
La vita è complessa, mi ha detto qualcuno.